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Critica

Terrorismo: perché no?

Una breve analisi del Catechismo del rivoluzionario di Sergej Nečaev: la morte dell'io, il nichilismo, la gerarchia dei nemici e la seduzione della coerenza assoluta.

A cura della redazione · · 8 minuti di lettura

Bombe, omicidi, sabotaggi, massacri. Atti orrendi, ripugnanti e immorali… non è vero? Certo, azioni deplorevoli. Oggi ci interesseremo a qualcuno che era terrorista non solo nei gesti ma anche nel cuore, e cercheremo di capirne il punto di vista. Quindi compagni e compagne (di scuola), benvenuti in questa breve analisi della filosofia del terrorismo rivoluzionario e delle idee di Sergej Nečaev.

Cominciamo con il parlare della parte morbosa e disturbante, perché altrimenti questo articolo non lo leggerebbe nessuno. Nečaev nasce in Russia e cresce nel contesto zarista assolutista. Lì le condizioni del popolo erano paragonabili a quelle dei popoli delle colonie dei paesi occidentali, quando in realtà la Russia si spacciava per una potenza di massima importanza. Ricordiamo che in quell’ultimo secolo l’impero vendette l’Alaska, perse la guerra di Crimea, perse la guerra russo-giapponese… in breve, era uno Stato in rovina che cercava di mantenere il controllo sui suoi cittadini con una repressione violentissima. Il contesto è sempre una componente importante… Oggi però non posso analizzare la vita di Sergej e mi concentrerò sulla sua visione della rivoluzione, ma siete liberi di approfondire la sua vita, le sue fughe e i suoi crimini nel dettaglio. Al momento a noi basti sapere che a un certo punto scriverà un manifesto che ne riassumeva le idee in fatto di rivoluzione: il Catechismo del rivoluzionario.

Vedete questo libro come un manuale, una guida per il rivoluzionario a tutto tondo.

Il primo elemento particolare che il catechismo ci spiega è che bisogna morire. Esatto. Per essere un buon rivoluzionario, il tuo “me” deve morire. Niente nome, niente opinioni personali, niente famiglia, niente affetti, niente proprietà e soprattutto (ci torneremo dopo) niente fede e morale. L’unico principio in cui devi credere è la Rivoluzione. La cancellazione dell’essere umano è fondamentale, perché permette di non sottostare alle norme sociali che altrimenti frenerebbero l’uomo con dubbi ed esitazioni. L’ego è solo un ostacolo, mentre il rivoluzionario è un condannato che non ha spazio per le sue preoccupazioni. Per illustrare bene il concetto utilizzerò la fenice, poiché, proprio come una fenice, l’uomo in opposizione con la società, con il cuore in fiamme, deve morire per poi rinascere dalle ceneri freddo, metodico e con un cuore di ghiaccio. Anzi, proprio senza cuore.

Il rivoluzionario non deve avere pietà. Non deve provare compassione. Dev’essere una fredda macchina pronta a fare cose che nemmeno il più folle degli uomini compierebbe. Non è una persona, l’abbiamo detto, è un ingranaggio storico. Perciò l’unico ideale che rimane dopo la rinascita del rivoluzionario è quello della rivoluzione. La morale è un’invenzione del potere per manipolare le masse, come la fede che non fa altro che far guidare il gregge dal lupo. L’unico fine, l’unica missione è il rumoroso crollo del sistema, la sua morte, la ribellione contro di esso. Nečaev incita quindi a utilizzare tutti i metodi disponibili: ricatto, omicidio, inganno e ogni azione violenta che rientri in quest’ottica terrorista. In tal modo le masse insorgeranno contro il potere. L’importante è che non ci si fermi davanti a nulla, perché anche se attribuire a Machiavelli l’idea che “il fine giustifica i mezzi” è una semplificazione, nel caso di Nečaev la formula descrive perfettamente la situazione.

Dal dinamitardo all’assassino a qualsiasi altro epiteto si possa affibbiare al più ripugnante e indegno uomo (epiteti che non oso nemmeno scrivere qui per evitare qualsiasi problema con l’articolo), il rivoluzionario deve poterli abbracciare tutti.

Ma attenzione all’ingenuità! Il rivoluzionario non deve solo distruggere come un bruto senza cervello; al contrario (come dopo approfondiremo) deve sapersi infiltrare fra le trame del sistema. Deve anche resistere a questo stesso sistema, perché chi tenterà di distruggere la società, la società tenterà di distruggerlo. Eppure questa sua sopravvivenza non ci deve illudere che il rivoltoso abbia qualche attaccamento alla vita, poiché deve preservarla solo e unicamente per la Rivoluzione. Proprio per questo Nečaev rompe con i riformisti moderati. Citandolo e traducendolo dal manifesto in francese che sono riuscito a reperire: “[il rivoluzionario] ha rinunciato alla scienza pacifica che lascia alle generazioni future. Non conosce che una scienza: quella della distruzione.” Capiamo che il rivoluzionario non è eterno, che il rivoluzionario non potrà smettere di essere tale, e quando avrà finito dovrà lasciare spazio a chi verrà dopo: “for those who come after”, per chi comprende la citazione.

Una cosa interessante è che la rivoluzione non è fatta con l’aiuto del popolo. Non si informa il popolo. Lo si manipola. In modo molto simile agli odierni accelerazionisti, il rivoluzionario non si fa problemi a colpire il popolo se questo lo farà ribellare. Non c’è etica dietro, a rimarcare il nichilismo che Nečaev adotta. Il popolo è solo uno dei mezzi per la distruzione, anche se è per il suo bene.

Lo stesso principio di calcolo vale per i compagni e gli amici del rivoluzionario. Si è amici solo con ribelli di pari volontà e che abbiano dimostrato nelle gesta tanto quanto abbiano fatto con le parole. Sono rimasto stupito dall’impiego del termine “capitale rivoluzionario”, con cui Nečaev chiama tutti quei piccoli insorti che hanno appena iniziato a dedicarsi alla causa della Rivoluzione. In altre parole il capitale rivoluzionario è carne da macello a disposizione del vero rivoluzionario, che dovrà spendere queste vite in modo da trarne il maggior profitto, e con profitto s’intende distruzione. Ergo, il nečaevista ha amici solo nell’ottica della causa, amici che deve eliminare appena vacillano esitando di fronte all’azione, cosa che Nečaev applicherà e per la quale, dopo una fuga per l’Europa, finirà in galera. Il compagno smette di essere tale nel momento in cui ritorna umano.

Ora affronteremo il modo in cui Nečaev divide la società e come stabilire una gerarchia nell’utilità delle persone alla causa rivoluzionaria.

  1. I primi da eliminare sono tutti coloro che possono direttamente nuocere all’organizzazione rivoluzionaria e anche quelli la cui morte instillerebbe il più grande terrore nelle istituzioni.
  2. I secondi da eliminare sono quelli che sono tenuti momentaneamente in vita unicamente allo scopo di far rivoltare le masse.
  3. I terzi sono coloro che sono ben piazzati nella società, che posseggono relazioni utili all’organizzazione, e che andranno manipolati scoprendone gli sporchi segreti.
  4. I quarti sono i politici ambiziosi. Bisogna conquistarne la fiducia e nel mentre ci si deve appropriare dei loro segreti, che quando otterranno alte cariche verranno rivelati, destabilizzando il potere.
  5. I quinti sono i rivoluzionari teorici, a parole, cospiratori senza spina dorsale. Vanno spronati e spinti a battersi contro il sistema e a perire nel farlo. Quelli che sopravviveranno saranno i nuovi rivoluzionari.
  6. La sesta categoria è formata dalle donne, che secondo Nečaev vanno divise in tre ulteriori categorie: le prime, “stupide e senz’anima”, saranno trattate come gli uomini della terza e della quarta categoria; le seconde, “devote ma non ancora dei nostri, in quanto non hanno ancora elaborato una concezione reale”, saranno trattate come gli uomini della quinta categoria. Infine le terze, le rivoluzionarie vere e convinte, dedicate alla causa, che Nečaev sostiene siano il più importante dei mezzi a disposizione della rivoluzione.

Nota interessante è che tali categorie si applicano solo alla classe nobiliare, borghese o comunque intellettuale, mentre il popolo viene omesso dall’equazione rivoluzionaria.

Quindi, detto questo, abbiamo davanti a noi varie conclusioni.

Nečaev è veramente crudele? Lui dice che bisogna cambiare le cose manipolando le masse, e per farlo bisogna disumanizzarsi. La disumanizzazione… in realtà già la conosciamo bene. In un mondo sempre più frenetico, più piatto, più sbiadito, siamo diventati un numero, una statistica, un granello di sabbia anonimo e conformato.

Non siamo più ciò che siamo, ma ciò che abbiamo. Cerchiamo di colmare vuoti che sentiamo in modo approssimativo e fallace: ci riempiamo la testa di cose inutili, riempiamo i parlamenti di pagliacci, riempiamo le casse dei magnati… E lo facciamo tutti. Forse Nečaev aveva ragione, e non solo lui. Che forse ci stiamo alienando, in un sistema che ci cancella illudendoci di essere ancora unici? Forse Nečaev non disumanizza il rivoluzionario, forse lo fa solo svegliare dal torpore che lo avvolge.

Fra l’altro Nečaev non vuole che la distruzione governi il mondo futuro, ma che sia il mezzo per raggiungere tale mondo; la rivoluzione distruttiva è lì per pulire la tela e rendere possibile dipingere un nuovo quadro più bello, più vivo, più giusto.

La sua visione rivoluzionaria è logicamente coerente: chi si è macchiato degli orrori manipolatori, sanguinari, meschini e folli di una rivoluzione non può pretendere di costruire ciò che verrà, ma dovrà lasciare il posto all’altra faccia della medaglia. I distruttori cederanno il loro posto ai creatori. La mano che riedificherà l’umanità non può essere macchiata di sangue.

Messa così, potreste dirmi, questa sì che è una filosofia seducente. E non vi biasimo. E ho difficoltà, con le premesse fatte sull’assenza di morale, a darvi torto, se non ricordandovi che la logica non va per forza seguita fino alla fine. Abbiamo testimoniato la sua pericolosità, eppure rimane lì, fredda, imperturbabile, coerente al nostro animo che cerca la semplicità.

E se siete arrivati fin qui avrete capito che, proprio come al nostro Nečaev piaceva fare, vi ho ingannato con il titolo. Certo, si trattava di un metodo (più strategico che tattico) per favorire una rivoluzione grazie ad atti di terrorismo, ma non è paragonabile al terrorismo degli anni di piombo o a quello di matrice religiosa. I rivoluzionari russi vivevano in una delle monarchie più arretrate d’Europa. Il contesto è sempre una componente importante. E nonostante ciò Nečaev ha sempre quel qualcosa di disturbante, ma potentissimo, che ci permette di dubitare delle nostre certezze. Lui avrebbe chiamato quel qualcosa “ragione”. Io penso sia la seduzione della coerenza assoluta: il fascino terribile di un uomo disposto a sacrificare tutto, persino sé stesso, per un’idea.

Pubblicato anche sul giornale di carta: numero 6 (2025/26), «L'ultima edizione dell'anno».

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