Rione Sanità: storia di una rinascita
Il quartiere di Napoli che tutti evitavano è rinato grazie a un parroco e a pochi ragazzi che hanno riaperto le catacombe. Un viaggio fatto durante le vacanze di Natale.
Tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta del Rione Sanità di Napoli, quartiere fino a pochi anni fa famoso per la forte presenza della Camorra. Durante le vacanze di Natale ho avuto la possibilità di visitare questo quartiere e di conoscerne la storia.
Durante il decennio francese, nei primi anni dell’800, fu fatto costruire un ponte (oggi conosciuto come Ponte della Sanità) che collegasse Capodimonte al centro della città, evitando il passaggio per il quartiere Sanità; un ponte che invece di unire, divise. Ma prima di parlare degli effetti di questo ponte bisogna fare un passo indietro. Il Rione Sanità prende il nome da una Madonna (conosciuta appunto come Madonna della Sanità) che si ritiene curasse i malati. Questa Madonna in realtà risale a tempi antichissimi: per adorarla fu costruita una capanna che però venne sommersa dal fiume che un tempo passava per le strade della Sanità. Fu poi riscoperta dai napoletani e venne costruita una chiesa imponente (ancora oggi esistente) che la ospitasse.
Dopo questa breve introduzione torniamo a noi, al Rione Sanità, il quartiere che tutti evitavano per la sua pericolosità elevatissima. A causa del ponte neanche i napoletani passavano più per la valle della Sanità, chiusa in sé stessa e nella sua violenza. Negli anni più vicini a noi si sviluppò un fenomeno di cui tutti siamo al corrente: le baby gang. Il nome fa quasi un po’ ridere, ma la violenza che ne deriva è disumana. Infatti il ragazzo che ci ha guidato per il Rione (residente lì) ci ha raccontato che ormai i boss camorristi più pericolosi sono stati arrestati, e per tenere in vita la criminalità organizzata vengono presi i ragazzini che vivono per strada ed educati alla violenza, a comandare e a fare del male. Più sono giovani, più sono inconsapevoli e quindi pericolosi. Immaginate le scene del far west, quelle dove i cowboy a cavallo sparano in aria per fare vedere chi comanda; ecco, la Sanità era così, solo che invece dei cavalli c’erano i motorini.
Tutto questo finché alla Sanità fu mandato don Antonio Loffredo, che decise che non era giusto che i ragazzi della Sanità non potessero immaginare un futuro nel quartiere dove erano nati e cresciuti. Don Antonio raccolse alcuni ragazzi (saranno stati meno di dieci) dalla strada e propose loro di riqualificare le catacombe di San Gennaro e di San Callisto per attirare i turisti con le bellezze del quartiere. Infatti, anche se l’ingresso alle catacombe è a Capodimonte, l’uscita è per forza dal Rione Sanità, imponendo così il passaggio per il quartiere. Così i ragazzi trovarono un’alternativa alla strada e iniziarono a immaginare un futuro tra le mura del loro quartiere.
Il primo anno le catacombe raccolsero 5000 visitatori, ma pensate che nel 2025 ce ne furono più di 200mila. Senza più i ragazzi da educare al male la camorra è stata sradicata dal quartiere, che piano piano è tornato in vita; grazie alla presenza dei turisti sono stati riaperti negozi e ristoranti e oggi il quartiere è diventato un posto accogliente per tutti. Episodi di violenza continuano a esserci soprattutto quando tramonta il sole, ma ora il quartiere è molto più vivibile di dieci anni fa.
Ciò che mi ha profondamente colpito del Rione Sanità è la semplicità delle persone che ci vivono, la semplicità delle loro azioni e il loro volere un bene immenso al quartiere. Quindi se vi capita di andare a Napoli, invece di visitare i classici luoghi come piazza del Plebiscito o via Toledo, fate un giro alle catacombe e al Rione Sanità, fatevi raccontare la storia del quartiere da chi ci ha vissuto, perché solo così si può imparare che la rinascita è possibile, non con parole e promesse vuote, ma con fatti concreti.
P.S. Su RaiPlay, quindi gratuitamente, c’è una serie che si chiama Noi del Rione Sanità che racconta perfettamente la storia di questi ragazzi. Io ve la consiglio, è molto bella e colpisce davvero.
Pubblicato anche sul giornale di carta: numero 4 (2025/26), «Speciale autogestione».
