L'Italia cade ancora
Lo spareggio con l'Irlanda, il rosso a Bastoni e i rigori sbagliati contro la Bosnia: perché la Nazionale fatica da dodici anni e cosa dovrebbe cambiare.
Il cammino verso il Mondiale era iniziato con più dubbi che certezze. Lo spareggio contro l’Irlanda, sulla carta abbordabile, si è rivelato subito un banco di prova complicato. Non tanto per il risultato, quanto per l’atteggiamento: una squadra poco brillante, incapace di imporre ritmo e qualità. Già da quelle due partite si intuiva che il gruppo faticava a esprimere un calcio moderno, affidandosi più alla solidità che all’inventiva. La qualificazione è arrivata, ma senza mai convincere davvero.
Nel torneo, l’Italia ha proseguito su questa linea: compatta, organizzata, ma raramente brillante. Ogni partita è stata una battaglia più che una dimostrazione di superiorità tecnica. E quando si è alzato il livello, sono emersi tutti i limiti.
La finale contro la Bosnia è stata l’emblema di questo percorso. Una partita tesa, equilibrata, dominata più dalla paura di perdere che dalla voglia di vincere. L’Italia ha avuto le sue occasioni, ma senza mai dare l’impressione di poter controllare davvero il match. Poi l’episodio che ha cambiato tutto: al 42° minuto del primo tempo, Alessandro Bastoni viene espulso per un intervento deciso ma scomposto. Un rosso pesantissimo, che ha costretto gli azzurri a giocare praticamente tutta la partita in inferiorità numerica.
Da lì, la gara si è complicata enormemente. L’Italia ha resistito con orgoglio, cercando di restare compatta e portare il match fino ai rigori. Uno sforzo enorme, più fisico che tecnico, che però ha tolto lucidità proprio nel momento decisivo. Ai rigori è arrivata la beffa finale. Dal dischetto hanno sbagliato Bryan Cristante e Pio Esposito: due errori gravi che hanno spento definitivamente le speranze italiane, consegnando la vittoria alla Bosnia.
Questa sconfitta si inserisce in un quadro ormai chiaro: sono 12 anni che l’Italia non riesce a essere protagonista in un Mondiale. Le cicatrici del passato sono ancora evidenti. L’eliminazione contro la Svezia, che ci escluse clamorosamente dalla competizione, resta una delle pagine più amare della nostra storia recente. Successivamente ricordiamo l’uscita con la Macedonia del Nord, altra nota dolente della storia della nostra nazionale.
Negli ultimi anni, anche con il cambio in panchina e l’arrivo di Gennaro Gattuso, si è provato a dare una scossa, soprattutto dal punto di vista caratteriale. Più grinta, più aggressività, più identità. Ma il problema non è mai stato solo mentale. Il fulcro è sempre lo stesso: in Italia si continua a puntare troppo su fisico, tattica e organizzazione, trascurando l’aspetto tecnico e creativo. Il risultato è una nazionale ordinata ma prevedibile, che fatica a inventare gioco nei momenti decisivi.
A questo si aggiunge un dato preoccupante: molti giovani smettono di giocare a calcio già intorno ai 21 anni. Un’età in cui, in altri Paesi, i talenti iniziano davvero a esplodere. In Italia, invece, spesso si perdono per strada, schiacciati da un sistema che non li valorizza o che non offre loro abbastanza opportunità.
Il confronto con nazioni come Spagna e Francia è inevitabile. Lì i giovani vengono coltivati, fatti crescere con il pallone tra i piedi, incoraggiati a esprimere talento e creatività. Il loro calcio è tecnico, veloce, imprevedibile. E i risultati lo dimostrano. In Italia, invece, si preferisce ancora l’affidabilità alla fantasia, l’esperienza al coraggio. E così i talenti emergono con difficoltà e, quando lo fanno, spesso non trovano spazio per imporsi davvero.
La sconfitta in finale, il rosso a Bastoni, i rigori sbagliati non sono episodi isolati. Sono il riflesso di un sistema che da anni fatica a evolversi. Se non si cambia rotta, se non si investe davvero sui giovani e sulla tecnica, il rischio è di continuare a rivivere queste delusioni. E allora, tra altri 12 anni, potremmo essere ancora qui, a raccontare la stessa storia.
L’augurio è che questa ennesima caduta non venga dimenticata in fretta, ma diventi finalmente un punto di svolta: perché l’Italia torni a credere nei suoi giovani, nel talento e nel coraggio di cambiare, e possa presto rialzarsi per tornare dove la sua storia merita.
Pubblicato anche sul giornale di carta: numero 6 (2025/26), «L'ultima edizione dell'anno».
