La ragione o gli ideali?
L'Antigone di Anouilh al Teatro Vascello: un'Antigone che dubita, un Creonte umano e una domanda aperta su chi abbia davvero ragione.
Dal 21 al 30 novembre, al Teatro Vascello, poco sopra la nostra scuola, è stato rappresentato uno spettacolo che metteva in scena una nota tragedia di Sofocle, l’Antigone, in una versione reinterpretata da Jean Anouilh, vissuto durante l’occupazione tedesca di Parigi. Ho avuto l’occasione, con l’iniziativa del caffè politico a scuola, di riflettere su ciò che quest’opera cerca di trasmettere e su come interpretarla anche alla luce del mondo di oggi.
La trama non è particolarmente complessa: Eteocle e Polinice sono due fratelli, figli del re di Tebe Edipo, che muoiono in battaglia; Polinice fa un attentato al padre, quindi viene considerato un traditore della patria, mentre Eteocle è guardato come un eroe. Il nuovo re di Tebe Creonte (fratello di Edipo), riportata la pace in città, decide di stabilire che chi non ha combattuto per la patria non può ricevere gli onori funebri (appunto come Polinice). Antigone, sorella di Polinice, decide di seppellire comunque il fratello, poiché secondo la tradizione greca chi non riceve gli onori funebri rimane un’anima vagante in pena. Ovviamente viene scoperta dal re Creonte che, pur essendo suo zio, la condanna a morte.
Nella reinterpretazione di Anouilh il messaggio non è però così chiaro: infatti il personaggio di Antigone, una volta in prigione, inizia a dubitare angosciosamente e non è più sicura di nulla; d’altro canto Creonte, rappresentato da Sofocle come un tiranno irremovibile, nella rappresentazione di Anouilh è dolce con Antigone, mostra di volere il suo bene e si mostra anche apparentemente disponibile a scendere a patti. La particolarità dello spettacolo al Vascello era che gli attori erano tutte donne eccetto Antigone, interpretata da un uomo robusto. È una cosa che sicuramente colpisce, visto che nell’introduzione Antigone viene descritta come una ragazza pallida e magra.
Sicuramente ci sono molti messaggi che questa rappresentazione trasmette: in primo luogo il messaggio originario di Sofocle, ovvero di non aver paura di andare contro le leggi ingiuste, di farsi sentire quando non si è d’accordo, di perseguire i propri ideali; Anouilh aggiunge però il punto di vista di Creonte: lui è vincolato dalla propria posizione, non può chiudere gli occhi o fare finta di nulla perché altrimenti minerebbe l’ordine pubblico, non gli piace ciò che è costretto a fare ma non può evitare di farlo.
Davanti all’ostinazione di Antigone, Creonte si mostra umano, mostra di tenere alla ragazza e alla sua vita e pare desiderare il suo bene. La domanda sorgerebbe spontanea: Creonte è onesto o sta cercando di manipolare la nipote? Non ci sono veramente degli strumenti per capirlo. Davanti al dubbio di Antigone sembra saltare l’intera solidità dell’opera; mentre lei è in prigione scrive al fidanzato dicendo “non so più perché muoio”. Ma allora, ha senso perseguire fino alla morte ideali di cui non si è sicuri? Sacrificarsi per qualcosa di cui non si conosce neanche bene la natura? Quindi Creonte ha ragione?
Sono domande molto provocatorie che Anouilh ci lascia a fine spettacolo, poiché, a differenza della tragedia di Sofocle, chiara nel suo messaggio, questa reinterpretazione ti porta a riflettere, ti impone di riflettere, poiché non ti è dato sapere secondo Anouilh chi abbia ragione. Allora io lascerei a voi lettori la provocazione (invitandovi a leggere il copione di Anouilh): ha ragione Antigone a perseguire i propri ideali anche se alla fine non ci crede più così tanto, o Creonte, che mette il suo dovere al primo posto, pur mostrandosi umano?
Pubblicato anche sul giornale di carta: numero 3 (2025/26), «L'ultima edizione del 2025».
