Femminile e maschile tra le righe
Maschile sovraesteso, libri di scuola e "gatta morta": il linguaggio come specchio della società e punto di partenza per contrastare gli stereotipi di genere.
Una chiave di lettura del linguaggio come specchio della società, tratta dalla tesi della dott.ssa Alessia Bonaccorso in Mediazione linguistica e culturale all’Università “L’Orientale” di Napoli.
Il linguaggio è alla base di tutto: rappresenta lo specchio della società e, senza di esso, non potremmo comunicare né costruire relazioni, cultura e conoscenza. Tuttavia, se lo analizziamo più da vicino, è possibile accorgerci di come stereotipi e discriminazioni nei confronti della figura femminile trovino spesso origine proprio nella lingua, sia essa scritta o parlata.
Un recente studio condotto sulla lingua inglese ha evidenziato una significativa sottorappresentazione dei generi nei modelli linguistici. È emerso che alla figura maschile vengono prevalentemente associati verbi, mentre a quella femminile sono attribuiti soprattutto aggettivi. Questa differenza non è casuale: i verbi richiamano azione, dinamismo e potere decisionale; gli aggettivi, invece, tendono a descrivere qualità o caratteristiche, spesso legate all’aspetto o alla personalità.
Nel caso della lingua italiana, si può parlare di “maschile sovraesteso”, ovvero l’uso del genere maschile per riferirsi sia a gruppi misti, composti da uomini e donne, sia a gruppi il cui genere non è specificato. Un esempio è il termine “uomo” utilizzato per indicare l’intero genere umano. Il genere femminile diventa così una categoria “marcata”, impiegata solo quando viene esplicitamente nominata, assumendo una sorta di visibilità selettiva. Vari studi hanno dimostrato che, quando utilizziamo il maschile sovraesteso, tendiamo a immaginare prevalentemente figure maschili: prova del fatto che la lingua orienta, anche indirettamente, il nostro modo di pensare e di rappresentare la realtà.
Se prendiamo in analisi i libri delle scuole primarie, il quadro risulta ancora più evidente. Nei testi scolastici la donna è quasi sempre associata a compiti domestici: “la mamma stira”, “la nonna fa la spesa”. Raramente viene rappresentata mentre svolge una professione, ruolo che invece è frequentemente attribuito al “papà”. Anche i verbi collegati alla figura femminile rimandano per lo più alla cura della casa e della famiglia. È difficile trovare una donna che lavora fuori casa o che esercita autorità, ad esempio sgridando i figli: azioni che nei testi sono più spesso riservate alla figura maschile. Alcune ricerche hanno individuato appena quindici ruoli ricorrenti in cui viene rappresentata la donna nei libri per bambini, siano essi scolastici o di narrativa (tra i più comuni maestra, principessa e casalinga), contro circa centottanta attribuiti alle figure maschili. Anche gli aggettivi utilizzati seguono uno schema ripetitivo: la donna è descritta come buona, paziente, pettegola, oppure definita attraverso caratteristiche fisiche come “cicciottella” o “bassa”. L’uomo, al contrario, è spesso rappresentato come duro, coraggioso e sicuro di sé, qualità legate alla forza e alla determinazione.
Come ha evidenziato Paola Cortellesi in un suo monologo del 2008, l’uso che facciamo del linguaggio non solo riflette la società, ma influenza il nostro modo di pensare. È significativo osservare come un termine che al maschile possiede un determinato significato, se declinato al femminile possa assumere un’accezione completamente diversa. Nel suo intervento, ad esempio, sottolineava la differenza tra “gatto morto”, che indica semplicemente un felino senza vita, e “gatta morta”, espressione utilizzata in senso dispregiativo per definire una donna considerata falsa o maliziosa.
È evidente che tali stereotipi agiscono anche all’inverso. L’uomo, tradizionalmente definito “forte” e “coraggioso”, viene giudicato negativamente se mostra sensibilità o fragilità, caratteristiche culturalmente associate al mondo femminile. Espressioni di uso comune come “piangi come una femminuccia” o “sei un maschiaccio” racchiudono perfettamente questa mentalità. Nel primo caso si suggerisce che il pianto o l’espressione delle emozioni siano comportamenti tipicamente femminili e quindi inadeguati per un uomo; nel secondo si etichetta una donna che non rispetta i canoni tradizionali di femminilità, ad esempio per il modo di vestire o di comportarsi.
È quindi chiaro che, se vogliamo contrastare in modo efficace il sessismo e la discriminazione di genere, è necessario partire proprio dal linguaggio, luogo in cui questi fenomeni affondano le proprie radici e attraverso il quale continuano, spesso inconsapevolmente, a perpetuarsi.
Pubblicato anche sul giornale di carta: numero 5 (2025/26), «Speciale 8 marzo».
