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Critica

Basta chiamarla "festa" delle donne

L'8 marzo non è una ricorrenza da mimose, è una giornata di lotta: nasce dal dolore e rivendica diritti che ancora oggi non sono garantiti ovunque.

Di Cornelia R. · · 1 minuto di lettura

Non fate gli auguri. Non organizzate cene a “tema”. Non riducete l’8 marzo a un brindisi tra amiche con un mazzo di mimose in mano. Chiamarla “festa delle donne” è comodo e rassicurante. Ma è anche un grosso errore. L’8 marzo è la giornata internazionale della donna, nasce dal dolore e rivendica diritti fondamentali.

La parola festa alleggerisce, addolcisce, distrae. Eppure l’8 marzo esiste per ricordare che i diritti alle donne non sono caduti dal cielo: sono stati conquistati con scioperi, proteste e sacrifici. Si celebra la libertà e l’indipendenza delle donne. Ma celebrare non vuol dire banalizzare.

Alle radici di questa giornata c’è anche una tragedia che non può essere dimenticata: l’incendio della Triangle Shirtwaist Factory, avvenuto il 25 marzo 1911 a New York. In quell’incendio morirono 146 persone, in gran parte giovani donne immigrate. Molte di loro si gettarono dalle finestre per sfuggire alle fiamme. Quelle morti non sono un dettaglio storico: sono il simbolo di un sistema che sfruttava il lavoro femminile senza riconoscerne dignità e diritti.

E oggi? Possiamo ancora parlare di festa quando milioni di donne non sono libere? In Afghanistan, dopo il ritorno al potere dei Talebani, alle donne è stato vietato l’accesso all’università, limitato il diritto al lavoro e imposto un controllo rigido sulla vita quotidiana.

Finché esisteranno Paesi in cui una ragazza non può studiare, scegliere chi diventare o semplicemente camminare da sola per strada, chiamare l’8 marzo “festa” è una grande mancanza di rispetto verso chi quei diritti non li ha MAI avuti.

La giornata internazionale delle donne è un promemoria collettivo: i diritti non sono garantiti sempre e non sono garantiti ovunque. Potremo parlare di festa solo quando questi diritti saranno garantiti a tutte. Non è una festa ma una lotta che continua.

Pubblicato anche sul giornale di carta: numero 5 (2025/26), «Speciale 8 marzo».

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