Artemisia Gentileschi: l'arte del riscatto
Perché Artemisia dipinse più volte Giuditta che decapita Oloferne: la violenza subita, il processo, la tortura e un'arte riscoperta come simbolo di resistenza.
La sua mano è chiusa attorno alla spada mentre dal collo di Oloferne prima sgorga, poi zampilla il sangue. La determinazione e la regalità non si combattono sul volto di Giuditta. Uno dei dipinti più conosciuti della pittrice Artemisia Gentileschi è proprio Giuditta che decapita Oloferne. Questo non è il solo quadro dell’artista che ritrae l’episodio. C’è forse una ragione che possiamo immaginare dietro alla predilezione della pittrice per tale soggetto?
Si pensa che Artemisia Gentileschi un po’ riflettesse la moda del tempo di apprezzare le scene crude, ma è soprattutto la sua storia ad aver influenzato la sua arte. È nata a Roma l’8 luglio 1593 in una famiglia dove l’arte era cosa conosciuta: suo padre, Orazio, era un artista e tra l’altro anche vicino a Caravaggio (influenza della nostra Artemisia).
La sua vita è segnata a 17 anni, quando è violentata da un collaboratore del padre, Agostino Tassi. Non si sente al sicuro quando lo vede parlare normalmente col padre. Non si sente al sicuro quando deve denunciare l’accaduto. Non si sente al sicuro quando tutta Roma può osservare tranquillamente le sue visite ginecologiche durante il processo. In questo stesso processo è anche torturata: per accertarsi della sua sincerità, le fanno subire la pena peggiore per un artista, il tormento dei sibilli, una pratica che consisteva nel legare ai pollici dei laccetti e nel tirarli finché le falangi non fossero stritolate.
Fu in questa situazione che Artemisia decise di dipingere per la prima volta Giuditta. Forse in quel frangente così buio ha cercato protezione nella storia di un’altra donna. L’episodio di Giuditta è raccontato nella Bibbia: si narra della vedova e bella Giuditta, che subiva da 34 giorni l’assedio degli Assiri contro la sua Betulia. Decise di tendere una trappola al generale assiro che terrorizzava lei e i suoi concittadini: finse di innamorarsene e una sera, dopo averlo fatto ubriacare, gli recise la testa con la sua stessa spada. Giuditta fu acclamata dal popolo come un’eroina e la testa del loro carnefice fu esposta sulle mura della città come monito.
Passando a una versione successiva del dipinto, quella risalente al 1620, la vita di Artemisia è cambiata completamente. È appena tornata a Roma, dopo aver vissuto qualche anno a Firenze con suo marito ed essere riuscita a farsi ammettere, prima donna, nell’Accademia delle arti del disegno della città.
A secoli di distanza, la sua arte, la sua forma di riscatto, è stata riscoperta nel Novecento grazie a un articolo di Roberto Longhi, Gentileschi, padre e figlia, e da quel momento in poi la sua figura viene ricordata come personaggio di resistenza, oltre che per le sue doti artistiche, che l’avevano fatta apprezzare anche dai suoi contemporanei.
Pubblicato anche sul giornale di carta: numero 5 (2025/26), «Speciale 8 marzo».
